Dissesto idrogeologico nei Comuni interni: perché la manutenzione ordinaria costa meno di un’ordinanza

Un’ordinanza di somma urgenza è il modo più costoso di occuparsi del territorio. Non perché il singolo intervento costi molto, ma perché arriva nel momento in cui non esistono più alternative: né sui tempi, né sulle soluzioni tecniche, né sul prezzo.

Nei Comuni interni della Campania questo schema si ripete con una regolarità che non ha nulla di accidentale: un versante cede, una strada comunale si chiude, una frazione resta isolata, così, si apre una procedura di somma urgenza. Si mette in sicurezza il punto che ha ceduto e si torna alla condizione di partenza, ovvero, un territorio di cui non si conosce lo stato, in attesa del prossimo punto che cederà.

Il problema è strutturale, non locale

I dati nazionali dicono che non si tratta di sfortuna di qualche amministrazione. Secondo l’ultimo aggiornamento ISPRA, il 94,5% dei comuni italiani è interessato da aree a rischio per frane, alluvioni o erosione costiera. La superficie classificata a pericolosità di frana è passata da circa 55.400 km² a 69.500 km² tra il 2021 e il 2024, arrivando a circa il 23% del territorio nazionale, e 1,28 milioni di abitanti risiedono in aree a pericolosità elevata e molto elevata.

Una parte di quell’incremento non deriva da nuovi dissesti, ma da una mappatura più accurata. È una precisazione che non consola: significa che una quota di territorio considerata sicura non lo era, e che il quadro conoscitivo di molti enti è più vecchio del rischio che dovrebbe descrivere.

Perché nei Comuni interni il conto arriva prima

Nelle aree interne del Vallo di Diano, del Cilento e degli Alburni convivono alcune condizioni che altrove si presentano separatamente:

  • Opere di difesa storiche senza documentazione: muri di sostegno, terrazzamenti, briglie e gabbionate realizzati decenni fa, spesso privi di qualsiasi fascicolo. Nessuno sa quando sono stati costruiti, con quali sezioni, né quando sono stati ispezionati l’ultima volta.
  • Reticolo idrografico minore non mappato: fossi, valloni e canali di scolo che non compaiono in nessuna cartografia operativa, ma che determinano dove finisce l’acqua durante un evento intenso.
  • Viabilità comunale a unico accesso: quando la strada che serve una frazione si interrompe, non esiste percorso alternativo: l’evento tecnico diventa immediatamente un problema di protezione civile.
  • Abbandono agricolo: la regimentazione diffusa che per generazioni è stata garantita dalla manutenzione dei fondi non c’è più, e nessun soggetto pubblico l’ha sostituita.
  • Uffici tecnici sottodimensionati: un solo tecnico che segue urbanistica, lavori pubblici, manutenzioni e procedimenti autorizzativi non ha il tempo materiale per costruire un quadro d’insieme.

Che cosa comporta davvero la somma urgenza

La procedura di somma urgenza è uno strumento legittimo e, in emergenza, necessario. Ma va letta per quello che è: una deroga che l’ordinamento concede quando il tempo per fare le cose ordinariamente non c’è più. Le conseguenze sono note a chiunque l’abbia gestita:

  • La progettazione è compressa: si dimensiona sull’evento accaduto, non sul rischio residuo dell’intero versante.
  • Il confronto competitivo è ridotto al minimo: il prezzo lo determina la disponibilità immediata, non il mercato.
  • L’intervento resta isolato: si consolida un tratto e si lascia invariato tutto quello che gli sta intorno, che è nelle stesse condizioni.

Una strada chiusa significa scuolabus deviati, attività commerciali ferme, assistenza domiciliare che non raggiunge gli utenti. Nessuna di queste voci entra nel computo dell’intervento, ma tutte gravano sull’ente e sui residenti.

Il quadro di riferimento esiste già, e va presidiato

Per la Campania la pianificazione di riferimento è il Piano stralcio per l’Assetto Idrogeologico dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale, che perimetra e classifica le aree a pericolosità e a rischio da frana e di natura idraulica.

Il punto che molti enti sottovalutano è che quelle perimetrazioni cambiano. Le proposte di modifica vengono adottate e pubblicate, e le relative misure di salvaguardia diventano immediatamente vincolanti dalla pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Campania, restando in vigore fino all’approvazione dell’aggiornamento e comunque non oltre tre anni.

La ricaduta pratica è concreta: una modifica di perimetrazione cambia ciò che si può costruire, ciò su cui si può intervenire e con quali prescrizioni. Un Comune che non presidia gli aggiornamenti se ne accorge dal privato che si vede negare un titolo edilizio, o dal proprio progetto che si arena in istruttoria.

Che cosa contiene un programma di manutenzione, in concreto

«Manutenzione programmata» è un’espressione che rischia di restare generica. Nella pratica significa produrre sei cose, in questo ordine:

  • Censimento delle opere di difesa esistenti: muri di sostegno, briglie, gabbionate, drenaggi, tombini, attraversamenti: posizione, geometria e stato di conservazione. Non un elenco, una scheda per ciascuna opera.
  • Rilievo del reticolo minore e delle sezioni critiche: dove la sezione si restringe, dove l’attraversamento è sottodimensionato, dove il recapito finale non esiste più perché è stato occluso o edificato.
  • Correlazione con le perimetrazioni PAI e con lo storico degli eventi: quali punti hanno già dato segnali, quali sono già classificati, quali non compaiono da nessuna parte pur avendo ceduto.
  • Classificazione per esposizione: quante persone, quali edifici pubblici, quale viabilità dipendono da ciascun punto critico. Un muro che sostiene una strada di servizio e un muro che sostiene l’unica via di accesso a una frazione non hanno la stessa priorità.
  • Ordine di intervento e stima economica: un documento che dice all’amministrazione cosa fare, in che sequenza e con quale ordine di grandezza di spesa.
  • Progetti a maturità differenziata: almeno per i punti in cima all’elenco serve un progetto già impostato, pronto a essere completato quando si apre una linea di finanziamento.

La ragione economica, detta senza retorica

La manutenzione programmata non annulla il rischio idrogeologico, e sarebbe scorretto sostenerlo. Fa due cose diverse, entrambe misurabili.

Riduce la probabilità che un evento diventi un’emergenza, perché intercetta i cedimenti nella fase in cui sono ancora un problema di manutenzione e non di sicurezza pubblica. E sposta il momento della decisione: l’amministrazione non deve stabilire cosa fare mentre la strada è chiusa, ma esegue qualcosa che ha già deciso e istruito.

C’è poi un aspetto che pesa più di quanto si ammetta: i finanziamenti per la difesa del suolo si aprono con tempi che nessun ente controlla. Chi ha già un quadro conoscitivo e progetti impostati riesce a candidarsi, chi parte dal censimento nel momento in cui esce l’avviso, no. Il vantaggio non va a chi ha più risorse, va a chi era pronto per primo.

Da dove si comincia

Per un’amministrazione che oggi non ha nulla di tutto questo, il percorso non parte da un investimento importante. Parte da tre attività a basso costo:

  • Verificare qual è il quadro aggiornato delle perimetrazioni PAI sul proprio territorio e stabilire chi, in ufficio, ne segue gli aggiornamenti.
  • Censire le opere di difesa esistenti. È l’attività meno costosa dell’intero percorso ed è quella che produce il salto di conoscenza più grande.
  • Trasformare il censimento in un elenco ordinato per priorità e stimato nei costi, in modo da avere qualcosa di candidabile quando si apre una linea di finanziamento.

Il territorio dei Comuni interni non è più fragile di altri perché è montano. Lo diventa quando l’unica occasione in cui qualcuno lo guarda con attenzione è il giorno dopo un cedimento.

Il vostro Comune ha un censimento aggiornato delle opere di difesa del suolo, o l’ultimo quadro d’insieme risale all’ultimo evento? Parliamone: è il momento in cui si spende meno.

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